“Mi copro il volto di rossore; so benissimo che la croce è il pegno dell’amore, la croce è caparra di perdono e, l’amore che non è alimentato, nutrito dalla croce, non è vero amore; esso si riduce a fuoco di paglia. Eppure, con tale conoscenza, questo falso discepolo del Nazareno sente sul cuore pesare enormemente la croce e, molte volte, va in cerca del pietoso cireneo che lo sollevi e lo conforti. Che pregio potrà avere questo mio amore presso Dio? Temo fortemente, per questo, che il mio amore per Iddio non sia vero amore. Eppure, padre mio, ho grandissimo desiderio di soffrire per amore di Gesù. E come va poi che, alla prova, contro ogni mio volere, si cerca qualche sollievo? Quanta forza e violenza debbo farmi in queste prove per ridurre al silenzio la natura, che reclama altamente di essere consolata. Questa lotta non vorrei sentirla; molte volte mi fa piangere come un bambino, perché sembrami che sia mancanza di amore e di corrispondenza a Dio” (Epist. Vol. 1°, lett. 200 indirizzata da Pietrelcina a padre Agostino)