Scritto da Vito Fascina | Categoria: Cultura | Pubblicato il 07/11/2026
In questo continuo ed intenso passaggio del testimone fra persone immerse nella libertà divina,e concretamente francescana, abbiamo riservato uno spazio particolare a San Pio da Pietrelcina, per quelle stigmate, che ricevette come Francesco d’Assisi e che per lui furono motivo di grandi dolori, disagi e fortissime umiliazioni. Il caro lettore può trovare ristoro al suo spirito e sostegno alla fragilità della carne, nel suo epistolario, giunto ormai alla IV edizione.
San Pio è protagonista di un immenso mare di grazie che si sono riversate da San Giovanni Rotondo, dal piccolo paese del Gargano, sulla Puglia e sul mondo.
Da lui, ebbero la spinta ispirativa e fondativa un valenzanese, don Domenico Labellarte, che realizzò l’Opera al servizio della Divina Misericordia e con essa 4 Istituti di Vita Consacrata e 3 Associazioni (si ricordano soprattutto gli Apostoli e le Apostole di Gesù Crocifisso), ed un barese, Padre Pancrazio Gaudioso, che ha fondato la Fraternità Francescana di Betania, a Terlizzi.
La sequela di questi 2 sacerdoti e religiosi hanno fatto seguito al grande dono di S. Pio e le loro opere oggi sono diffuse in diversi luoghi d’Italia e in molte parti del mondo: Brasile, Repubblica Centrafricana, Congo, Filippine, Germania, Polonia e Svizzera. Per comprendere il lascito di S. Pio e la sua audace sequela a Gesù e a san Francesco, riportiamo un brano della lettera dell’8 novembre 1916, nel I volume dell’Epistolario:“A tutto son disposto, ma ti farai vedere un giorno sul Tabor, sul tramonto santo? Avrò la forza, senza mai stancarmi di ascendere alla celeste visione del mio Salvatore? Sento che il terreno che calco cede sotto i miei piedi. Chi rafforzerà i miei passi? Chi se non tu, che sei il bastone della mia debolezza? Miserere di me, o Dio, miserere di me! Non mi fare sperimentare la mia debolezza! La tua fede illumini ancora una volta il mio intelletto, la tua carità mi riscaldi questo cuore infranto dal dolore di offenderti nell’ora della prova! Mio Dio, quanto è struggente questo atroce pensiero, che da me non si diparte mai! Dio mio, Dio mio non mi fare spasimare più per te! Io non mi reggo più! …” (Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario I, pp.837-838). Quanta sofferenza, nel sentirsi in debito con l’Amato, avverte il frate cappuccino; perciò l’estrema piccolezza, la totale e personale debolezza, ma ancor più il bisogno che l’Amante sia portato alle altezze dal suo dolce persecutore. Quel miserere di me richiamano le prime parole pronunciate da Dante, impaurito, tramortito, finito nella più terribile delle selve, poiché il peccato ti nasconde il bersaglio e la freccia infuocata scagliata dall’Amore non può infilarsi più nella crepa di un cuore intenerito, ora totalmente gelido.
Torniamo, infine a fra Roberto Pasolini, al Predicatore Apostolico di oggi e a quella calda sera di inizio estate, cogliendo in un suo libro il messaggio conclusivo: “Se la vita è davvero nelle nostre mani, allora dobbiamo imparare a restare in questa situazione senza irrigidirci. Assumere la responsabilità delle proprie scelte, infatti, non significa vivere come se tutto dipendesse solo da noi. Significa accettare di dover agire senza poter mai avere il controllo completo della realtà. Nessuna vita può sostenere a lungo l’illusione del controllo totale, né la pretesa di bastare a se stessa. Quando ci carichiamo addosso anche ciò che non possiamo governare, la responsabilità si trasforma in peso, e il coraggio in affanno. Decidere e agire non basta, se non impariamo anche a lasciare spazio a ciò che non dipende da noi: senza questo respiro, la vita finisce per chiudersi su se stessa. […] Tuttavia, all’interno di questo frammento minuscolo di tempo e spazio in cui ci è concesso di vivere, il compito della nostra libertà resta quanto mai prezioso. Ciascuno è chiamato a fare la propria parte, lasciando che il corso degli eventi sia fuori dalle nostre mani. E va bene così”. (Fra Roberto Pasolini, Quello che siamo basta. Il libro di Ester e l’arte di esserci davvero, pp. 273 e 275).
Buon giubileo francescano, buone letture contemplative e … buonumore, perché la gioia è la cifra di un uomo e di un cristiano credibile.



