Scritto da Vito Fascina | Categoria: Cultura | Pubblicato il 01/02/2026
Se dopo aver esaminato i tre profili più arditi che lo studioso inglese ha evidenziato, egli stesso ci spiega alcuni grandi temi francescani.
Partiamo dalla storia. Il dodicesimo e tredicesimo secolo furono un risveglio per il mondo, dopo un lungo periodo piuttosto duro e sterile di esperienze, da noi definito secoli oscuri. Però Gilbert Keith scava più in là e ci dice che l’alba del tredicesimo secolo non brillò come una chiara luce e “la letizia di San Francesco e dei suoi giullari di Dio non fu semplicemente il termine di un sonno, né semplicemente quello di una superstiziosa schiavitù. Rappresentò la fine di ciò che apparteneva a un perfettamente determinato, ma differentissimo ordine di idee: la fine di una penitenza o di una espiazione. Segnò il momento in cui certe spirituali espiazioni sono condotte a termine perché alcune infermità spirituali sono finalmente scomparse. Erano state espulse da un’ora di ascetismo che sola poteva eliminarle.
Nel suo ragionare, con metafore e similitudini cangianti, ci conduce, con il suo brillante scrivere, a considerare, dunque, che fra Gesù Cristo e San Francesco s’instaura un cammino, una via parallela, in cui il soldato e il mistico sono un unico soggetto e l’obbedienza estrema, direi militaresca, e poi la fiducia autentica del contemplativo, nella scalata, portano la creatura di Assisi a liberarsi di ogni scoria e a diventare davvero un uomo di dio, per gli altri. Scrivendo di Tommaso l’Aquinate, un anno dopo, nel 1933, ci offrirà due campioni di ascetismo, di godimento oftalmico e respiratorio delle altezze collinari e montane. La sua sete di gloria si manifestò primariamente con l’aspirazione giovanile a diventare famoso guerriero: “Innatamente gentile, coraggioso, come sono spontaneamente gli adolescenti, seppe utilizzare queste doti là dove altri sarebbero venuti meno: per esempio provò l’orrore umano per la lebbra, ma a differenza degli altri sentì il bisogno di vergognarsene”. Poi, con quelle sue inarrivabili e profonde intuizioni giornalistiche, spiega l’ardimento del Santo: “Nonostante la sua mansuetudine, v’era un non so che di naturale impazienza nel suo impeto. La verità psicologica su questo argomento spiega bene la confusione moderna sul significato della parola <pratico>. Se intendiamo per <pratico> ciò che è immediatamente realizzabile, diamo all’espressione il suo semplice significato. In tal caso San Francesco sarebbe stato l’uomo meno pratico, poiché le sue mete finali erano ultraterrene. Ma se intendiamo per <praticità> un pronto sforzo di energia oltre ogni incertezza o dilazione, possiamo ben dire che fu <praticissimo> davvero. E conclude sul soldato e tempra veritiera di un uomo forgiato dalla Grazie e dalle sofferenze carnali e spirituali, con una toccante considerazione: “La figura di San Francesco non può essere circondata soltanto da leggende <graziose>: se ne fa spesso troppo uso come un residuo sentimentale del mondo medievale, mentre esse sono - come è il Santo – un sfida al mondo moderno. […] Cavalcava svogliatamente su uno dei margini della strada allorché scorse una figura che moveva verso di lui zoppicando: si fermò perché vide che era un lebbroso. Seguì istantaneamente che il suo coraggio era chiamato al cimento, non come suole il mondo, ma come chiama Chi conosce i segreti del cuore dell’uomo. Vedeva avanzare non le lance di Perugia innanzi alle quali non aveva indietreggiato, non le armate che combattevano per la corona di Sicilia delle quali aveva sempre pensato come un uomo coraggioso pensa dei più semplici e comuni pericoli. Francesco Bernardone vide il timore stesso andargli incontro; quel timore che assale dall’interno e non dall’ esterno, sebbene egli si ergesse pallido e orribile nella luce solare. Per la prima volta nella sua vita impetuosa l’anima sua dovette ristare. Poi saltò di sella e, inconscio di calma e rapidità, si lanciò verso il lebbroso e lo cinse con le braccia”.



