Scritto da Redazione | Categoria: A proposito di noi | Pubblicato il 24/12/2025
Kinshasa-Biwa, NATALE 2025
Sorelle e Fratelli carissimi BUON NATALE!
Eccoci ancora davanti al mistero del Natale.
Quest’anno non abbiamo più con noi la cara sorella Rosa Maria, che il Signore ha
chiamato a sé nel mese di giugno scorso. Era diventata la segretaria di suor Lina quando questa aveva dovuto lasciare il servizio a causa della cecità. Rosa Maria l’aveva assunto con dedizione e amore. Ora dal cielo, continua a ad aiutarci ad andare incontro a Gesù che viene.
L’umile semplicità sembra il contrario del sogno profondo dell’uomo di diventare come Dio. Acceca ancora tanta gente come già Adamo ed Eva a cercare di divenirlo con mezzi propri, mentre è il dono che Abbà, il Padre diletto vuol darci nel Figlio del suo Amore che assume con umiltà la nostra carne. E poi Gesù, attraverso l’orribile e vergognosa morte sulla croce, con la sua resurrezione, attua il disegno del Padre: Divinizzare, nel suo corpo resuscitato, la misera umanità, chiamata, per Lui e in Lui, alla Divinità.
Tutto comincia nell’umile risposta della Fanciulla di Nazareth, e diventa visivo nella
grotta di Betlemme. Accostiamoci a Gesù con tanta riconoscenza e umiltà, chiediamogli che ci facci più umili, più accoglienti verso tutti. Ha fatto di tutti gli uomini una sola famiglia e vale per tutto il mondo quello che diceva Comboni: «Il cattolico che guarda all’Africa, vede una moltitudine di fratelli, appartenenti alla sua stessa famiglia, che hanno un Padre comune nel cielo» sofferenti e bisognosi di una Parola di conforto che dia senso alla vita.
Io sento che Abbà, il Papà Diletto, quando guarda ai miliardi di figli che si dibattono nel mondo, vede tanti Figli, tanto amati. e la gioia e la sofferenza di ciascuno di loro è la gioia e la sofferenza del suo cuore. Vorrei essere ancora giovane e pieno di energia da spendere e tante vite da donare, perché soprattutto quando celebro l’Eucaristia e prego il «Padre Nostro sento che abbiamo una grande responsabilità per tutti i Figli che nel mondo, e in particolare ai più di due miliardi che in India e Cina ancora non conoscono la sua tenerezza di Papà.
Ciò mi dà una grande sofferenza nel cuore e ripeto anche a voi come lo dico spesso ai Fedeli che mi ascoltano, di pregare il Padre della messe perché mandi operai, che susciti la risposta di tanti giovani che vadano ad annunciare la sua tenerezza a tutti i fratelli del mondo.
Intanto qui cerchiamo di edificare la Chiesa dei Figli di Dio e anche la chiesa di muratura.
Spero che per la prossima pasqua i grandi lavori di muratura siano terminati e anche noi possiamo celebrare in un ambiente più bello e decoroso, degno dell’assemblea dei Figli di Dio.
Carissimi, Il mio augurio di Natale che l’amore di Gesù ci spinga, come anche noi come Paolo a dare il massimo dia more nella nostra vita attorno a noi perché tutti conoscano la tenerezza e il conforto Gesù. Perché si realizzi già ora in parte la preghiera che Gesù ha fatto al Padre: Abbà, fa che dove sono io siano anche loro, una cosa sola con noi, uniti nel tuo Amore (Cfr. Giv. 17,20-26)
Buon Natale a tutti voi
con tanto affetto, vostro fratello Elio
Isiro-Magambe dicembre 2025
Amici carissimi pace e bene,
abbiamo già festeggiato Cristo Re perciò abbiamo concluso un altro anno liturgico.
Abbiamo guardato a come ci potremo presentare all’esame della vita secondo il metro di Gesù:“alla sera della vita ciò che conta è l’aver amato”! Ringraziamo il Signore che ci concede ancora del tempo per riempire i vuoti e riparare gli errori. Iniziamo così l’avvento e l’attesa che, con la sua venuta prendendo la nostra carne, ci faccia sempre più participi della sua vita divina divinizzandoci,
Per pratiche burocratiche ho passato circa due mesi a Kinshsasa. E’ impressionante vedere la povertà in cui vivono moltissimi in questa città mostruosa. Sento compassione di molti giovani che sopravvivono vendendo acqua potabile tra le macchine bloccate nell’ingordo stradale. Viaggio sui trasporti pubblici, serrato tra la gente; vedo pazienza e coraggio nel sopportare difficoltà di ogni genere. Un giorno ero in un taxi, moto a tre ruote, una signora mi guarda e dice: “se tu Bianco sei qui vuol dire che hai degli interessi nel nostro paese”. Le mostro il crocifisso che porto al collo e le dico: “ ecco signora il mio unico interesse”.
La signora è rimasta un po’ confusa e altri passeggeri hanno cercato di farle capire chi è Gesù. In un’altra occasione ancora sul taxi a tre ruote di un giovane intraprendente che, nell’ingorgo del traffico cerca di intrufolarsi. I poliziotti lo arrestano, gli sequestrano la moto e ci fanno scendere. Povero giovane avrà una famiglia sulle spalle e resta inascoltato nella desolazione. Io cerco di invocare misericordia, ho risposte provocanti. Continuo il cammino pensando a questo giovane, alla sua famigliola che attende qualche spicciolo per viere. Pensieri che fanno piangere.
A Isiro la città è pure vasta ma, nella povertà, la vita è più umana.
In mezzo a questo mondo lacerato sia a Kinshasa che a Isiro vedo una grande sete della Parola di Dio.
Dietro a Gesù la massa correva, aveva bisogno della sua Parola. Oggi vedo che la nostra gente ha sete di Dio e sembra dire come Pietro : “ solo tu hai parole della vita eterna”. Medito e penso alle statue incompiute di Michelangelo dette ‘i prigionieri’. Ogni uomo è cristiano latente, ha per natura una vita divina che è come fuoco nascosto sotto la cenere. Questo Gesù latente in lui vuol essere liberato dalla massa che non gli permette vita vera. E’ come il prigioniero di Michelangelo che preso dalla massa di marmo cerca di liberarsi dalla prigionia che gli impedisce di vivere in pienezza.
Così la nostra gente corre in massa verso la chiesa alla ricerca di ristoro e vita, solo lì trova Parole di vita eterna. Solo lì, la persona umana, incontrandosi con Gesù viene liberata dalla massa che la tiene prigioniera e il Gesù latente che è in lei può venire alla luce. A Natale griderà la sua gioia di essere, in Gesù, partecipe della vita divina.
Il primo dicembre abbiamo festeggiato la Beata Anuarite, la martire che 61 anni fa ha sfidato le atrocità dei Simba per appartenere solo a Gesù. Una folla immensa ha camminato per ore pregando e guardando all’esempio della Martire come a l’ideale di vita. Nel camminare sotto nel caldo pomeriggio dimenticando la sete fisica sembrava gridare: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente”.(Sal. 42)
Con questa medesima sete tutti insieme attendiamo il Natale di Gesù: che venga a liberare il Gesù latente che è nel cuore di ciascuno di noi.
Questo è il mio augurio per un santo Natale e un fruttuoso anno nuovo.
P. Leonardo Farronato
Speranza per noi poveri
«A te, che sei del mondo il Creatore,
mancano panni e il foco, o mio Signore.
Caro eletto pargoletto,
quanto questa povertà più m’innamora,
giacché ti fece amor povero ancora».
(Sant’Alfonso Maria de’ Liguori)
Carissimi fratelli e carissime sorelle,
ancora una volta, a Natale, nelle liturgie e dinanzi al presepe domestico, canteremo questi versi del Tu scendi dalle stelle, con i quali Sant’Alfonso ci aiuta a meditare la nascita di Gesù come un mistero di povertà e amore. Vorrei entrare insieme con voi in questo mistero gaudioso.
Gesù, il povero, amante dei poveri
Leggendo i Vangeli, ci si impone una evidenza: Gesù è amante dei poveri. Appena incomincia la predicazione, la prima beatitudine è per loro: «Beati voi poveri» (Lc 6, 20). Gesù si impegna in prima persona per i poveri, sfamando gli affamati, guarendo gli ammalati, restituendo dignità agli emarginati. Dall’equivoco sulla uscita di Giuda dal cenacolo, apprendiamo inoltre che dalla cassa dei Dodici si attingeva per provvedere ai poveri (Gv 13, 20). Al povero della parabola (Lc 19, 19-31), Gesù dà il nome Lazzaro, quello del suo amico caro, il fratello di Marta e Maria, e la scelta forse non è stata casuale, perché probabilmente Lazzaro si trovava in una condizione di fragilità. E l’ultimo giorno Gesù ci giudicherà a partire da quello, che avremo fatto ai suoi fratelli più piccoli, appunto ai poveri di ogni specie, secondo il catalogo delle sette opere di misericordia corporale (Mt 25, 31- 46).
Perché Gesù è così amante dei poveri? Anzitutto perché il Dio di Israele è amante dei poveri, protettore dei piccoli, dei miserabili, dei vinti. I poveri – gli anawim – sono il modello del credente, perché confidano solo in Dio, loro unica ricchezza. La schiera degli anawim include figure come Mosè, Geremia, il Servo di JHWH, Giobbe, l’orante del salmo 22, dai quali Dio trarrà il suo popolo: «Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero. Confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele». (Sof 3, 12 – 13).
E poi senz’altro perché Gesù stesso era povero. È stato povero in senso economico e sociale, in quanto proveniente da una famiglia di poveri, che non ha potuto offrire al tempio se non una coppia di tortore (Lc 2, 24): i poveri, dunque, per Gesù hanno avuto il volto di Maria e Giuseppe.
Ma specialmente Gesù è stato povero della povertà che scaturisce dall’amore. Infatti il primato che Gesù ha rivendicato per se stesso non è stato tanto quello della povertà – e difatti nella storia ci sono state e ci sono persone economicamente e socialmente molto più povere di Gesù – ma il primato dell’amore (Gv 13, 13). Ora, chi ama dona. Dona tutto ciò che è, tutto ciò che ha, tutto ciò che fa, e perciò, avendo donato tutto, rimane senza nulla, come i poveri. L’apostolo Paolo riassume tale mistero, insegnando che Gesù, da ricco che era, si è fatto povero per noi, per renderci ricchi mediante la sua povertà (2 Cor 8, 9), cioè perché ha donato tutto, rimanendo povero, nell’incarnazione, nella croce, e – aggiungerebbe san Francesco – nell’eucaristia. Dunque la povertà è una prospettiva dalla quale si può riassumere tutto il mistero di Cristo, nella sua prima fase, quella dell’abbassamento che precede l’esaltazione.
Beati noi poveri
Anche nella predicazione, il Signore esalta la povertà e i poveri. La prima delle beatitudini suona: «Beati i poveri dinanzi a Dio». A prima vista, sembra che Gesù abbini due elementi che per noi non vanno d’accordo: la felicità e la povertà. Come può essere felice uno che è povero? Non diciamo forse, per indicare qualcuno colpito da una condizione insoddisfacente, che è «un poveretto»? «Beati i poveri!» è invece il proclama, di segno del tutto opposto, che scaturisce dalle labbra di Gesù di Nazaret. Ci troviamo dunque al centro del cristianesimo e della sua alternatività al mondo. Ed oltre che quella centrale, questa beatitudine è la prima, come se Gesù volesse dirci che o partiamo da qui o non potremo compiere alcun passo.
Ora, poiché il povero è colui che non dispone delle risorse necessarie a vivere, dobbiamo ammettere che siamo tutti poveri, in quanto tutto quello di cui abbiamo bisogno di prenderlo dall’esterno. Nella sfera della vita fisica, dall’esterno dobbiamo assumere ossigeno, altrimenti moriremmo per asfissia, e poi dobbiamo ingerire un po’ di cibo e un po’ di bevanda, altrimenti moriamo di fame e di sete. Nella sfera della spiritualità, dipendiamo dagli altri per il nostro bisogno di conoscere, in quanto per conoscere e capire la realtà non possiamo non confrontarci con gli altri, che prima di noi hanno intrapreso questa ricerca. Nella stessa sfera, il bisogno di amare ed essere amati suppone un altro, poiché non possiamo amarci da soli, e dire a qualcuno «ti voglio bene» significa in fondo dirgli «ho bisogno di te», e dunque dichiarargli la nostra povertà.
Nonostante che siamo tutti strutturalmente dei poveri, siamo in continua fuga dalla nostra povertà. Ci stordiamo con mille attività, per non rientrare al centro di noi stessi e prenderne atto. E recitiamo mille ruoli, per essere come gli altri crediamo che desiderino che siamo. Poiché abbiamo paura che la nostra povertà ci renda indegni di essere amati dagli altri, puntiamo a farci ammirare per essere accettati. Ci trasformiamo nel tentativo di essere “diversi”, “migliori”, “perfetti”…
Ma Gesù non è venuto per i perfetti, o per quelli che ritengono di essere tali. Gesù è venuto per i poveri. Gesù viene a dirci che, in lui, Dio ci ama così come siamo; che non abbiamo bisogno di essere diversi per essere amati; che Dio non ci ama a condizione di essere perfetti; anzi, che Dio ha voluto farci così: come siamo usciti dalle sue mani andiamo benissimo e, se abbiamo da cambiare, è perché Dio vuole il nostro meglio. Il cambiamento non è la condizione dell’essere amati, ma ne è la conseguenza. «Figlio mio, figlia mia ci dice Dio in Gesù io ti amo infinitamente così come sei. Tu per me sei bellissimo, tu per me sei bellissima!». Posta dinanzi a Dio, allora, la nostra povertà non è più una maledizione, ma una beatitudine, perché ci permette di abbandonarci nella gioia e nella pace dell’abbraccio di Dio.
Venite, benedetti del Padre mio
Gesù il povero si identifica con i poveri, suoi fratelli più piccoli, e perciò sull’atteggiamento verso i poveri verterà il giudizio, su quanto fatto o non fatto a lui, presente nei poveri (Mt 25, 31-46). Recita una delle benedizioni che il celebrante può impartire ai coniugi alla fine del matrimonio: «Sappiate riconoscere il Signore nei poveri e nei sofferenti, affinché essi vi aprano le porte del cielo». Come a dire che ai cancelli del paradiso ci saranno san Pietro ma anche i poveri, e che i cancelli si apriranno solo se qualcuno di questi testimonierà a nostro favore. Quanto più grande sarà stata attraverso la carità la nostra apertura alla grazia di Dio sulla terra, tanto maggiore sarà il godimento della sua gloria nel cielo. Sarà bello, nell’ultimo giorno, essere accolti dal Signore, che ci dirà: «Venite, benedetti del Padre mio» (Mt 25, 34).
Si apre, così, innanzi a noi il grande campo delle opere di misericordia. Papa Leone, nel giorno della festa di san Francesco, ci ha donato l’Esortazione apostolica Dilexi te, dedicata appunto all’amore verso i poveri. Vi invito ad assimilarla e farvene plasmare.
Vi invito inoltre a coinvolgervi nelle iniziative della nostra Caritas Diocesana: la mensa “Buon Pastore”, l’Orto solidale, lo Sportello giuridico, il Centro diurno “Fratelli tutti”, e le altre che sono descritte nel sito.
E anche se non abbiamo possibilità di impegnarci con la Caritas della Diocesi o delle parrocchie, e con le altre associazioni di volontariato, rimane sempre il grande campo degli incontri personali. C’è chi è povero di compagnia, e con una visita possiamo spezzare il terribile sepolcro della solitudine. C’è chi è povero di ascolto, e possiamo regalargli con pazienza un’ora del nostro tempo perché possa trovare un interlocutore. C’è chi è affaticato e oppresso, povero di consolazione, a cui possiamo offrire il conforto della parola del Signore e della nostra amicizia.
Chiudo con le parole con cui il Papa chiude la Dilexi te:
«L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno.
«Sia attraverso il vostro lavoro, sia attraverso il vostro impegno per cambiare le strutture sociali ingiuste, sia attraverso quel gesto di aiuto semplice, molto personale e ravvicinato, sarà possibile per quel povero sentire che le parole di Gesù sono per lui: “Io ti ho amato” (Ap 3,9)».
Carissimi fratelli e carissime sorelle, buon Natale!
+ Francesco Neri OFMCap
Arcivescovo di Otranto
(Articolo tratto dal sito della diocesi di Otranto)



