Scritto da Laura Santoro | Categoria: A Proposito di Noi | Pubblicato il 25/11/2025
In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me (Matteo 25,31-46)
Ricordo che la solidarietà verso i più deboli, sia perché malati, sofferenti nel corpo e nello spirito, sia poveri perché privi del necessario per vivere, era uno sguardo costante a cui venivamo abituati sin da bambini. Quando non si finiva di mangiare, immancabilmente ci veniva ricordato che quel poco che noi scartavamo avrebbe potuto permettere a un bimbo di non soffrire la fame e di non morire per malnutrizione.
Le foto di quei bimbi così sofferenti, con le pance gonfie e gli occhi immensamente tristi, ritornavano sempre alla mente e spingevano noi bambini a fare qualche piccolo sacrificio per donare un soldino, mangiare senza sprecare pensando che il Padre celeste vede il desiderio e la preghiera e li trasforma in sostegno per quei fratellini lontani.
Quanto bene hanno fatto quelle parole, che ci aiutavano a capire in modo semplice e concreto che siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre, tutti chiamati ad avere uno sguardo di amore e carità fraterna verso chi è meno fortunato e nel bisogno, tutti responsabili del bene dei nostri fratelli più “piccoli” perché meno fortunati.
Da anni mio marito Luigi va in missione in Africa, in modo particolare nella Repubblica Democratica del Congo; da anni seguo in modo attivo, specialmente attraverso la contabilità e le adozioni a distanza, la realtà di queste regioni tanto povere, ma non mi ero mai recata sul posto per innumerevoli motivi. Quest’anno si sono create le condizioni per andare in missione e, grazie anche al consiglio di don Dario, sono partita.
È difficile trasmettere quanto ho ricevuto da questa forte esperienza di vita. Potrebbe aiutare il pensiero che, all’inizio, ero completamente frastornata: mi sentivo catapultata in un mondo totalmente diverso dal mio, un mondo in cui io ero la diversa; ero quella che stava bene; ero quella che si poteva invidiare perché aveva dei vestiti decenti; ero quella che anche laggiù poteva mangiare, bere l’acqua potabile delle bottigliette per non rischiare il tifo e altre malattie; insomma, avevo tutto quello che a loro mancava.
Ma non sapevano di avere qualcosa di cui il nostro mondo ha estremamente bisogno: la semplicità del vivere, l’accettazione della vita con tutte le sue innumerevoli difficoltà, la consapevolezza che il dolore e la morte sono parte integrante della vita e non bisogna ignorarli o volerli dimenticare con il rischio di perdere il senso della vita.
Ho visto bimbi soffrire, piangere in silenzio da soli fuori dalla capanna perché i genitori dovevano lavorare. Ho accompagnato personalmente un bimbo all’ospedale per una grave ustione ed ero semplicemente scioccata nel vedere come veniva trattata la malattia, senza anestesia, senza molte delicatezze, mentre io avevo cercato fino a qualche minuto prima di distrarre il bambino perché non pensasse e si ribellasse al dolore... Mi veniva da pensare ai nostri bimbi che davanti al male scalpitano, urlano, non si lasciano toccare...
Quando ero partita pensavo di fare delle foto e condividerle con i figli, i nipoti, i miei famigliari, i parenti, gli amici; mi sembrava tutto molto semplice, non immaginavo cosa sarebbe successo... Al mercato, davanti a una donna estremamente povera che vendeva una piccola quantità di carbone ammucchiato per terra, dove lei stava seduta, è successo l’impensabile: mi sono sentita profondamente male: fare una foto a una persona e immortalarne la povertà mi sembrava la peggior brutta azione del mondo, mi sembrava di toglierle la dignità.
Non sapevo come fare e allora tramite WhatsApp ho confidato la mia sofferenza a padre Jean Claude, il nostro missionario. Importante è stata la sua risposta: se non fai le foto non puoi trasmettere e testimoniare quello che vivi e vedi e non potrai aiutare come potresti e vorresti.
A quel punto è scattata la molla che mi ha fatto superare lo scoglio. Ho cercato di fotografare quello che il mio cuore vedeva: il viso gioioso dei bimbi che sanno sorridere anche nelle fatiche che non sono loro risparmiate nonostante la giovane età; il sorriso e la gratitudine del malato che ha potuto essere operato e curato grazie ai fondi raccolti e alla bontà delle persone che sostengono come possono l’attività dell’associazione; la vita quotidiana che vede i polli razzolare sui tetti di paglia delle capanne e le donne che dolcemente sorridono mentre vanno a raccogliere l’acqua con il secchio in testa, un bimbo per mano, altri che camminano accanto mentre il loro corpo annuncia l’arrivo di un altro bebè.
Scattare le foto era diventato un momento importante che mi faceva sentire parte di quella realtà. Alla fine della giornata, sul letto, alla tenue luce della pila, circondata dalla rete antizanzare per evitare di prendere la malaria, scorrevo le foto, sceglievo quelle da inviare per creare un ponte d’amore con le persone care che avevo lasciato a casa, esprimere attraverso immagini quello che il mio cuore viveva per rendere gli altri partecipi di questa mia grande, incredibile e sofferta avventura.
Ho spesso riflettuto quanto sia bello il messaggio cristiano, quanto la fede abbia contribuito allo sviluppo e alla crescita della nostra società, come la comprensione del messaggio evangelico possa cambiare radicalmente la società e rendere la vita di ogni uomo motivo di speranza e apertura ai fratelli di ogni lingua, popolo e nazione.
E a questo punto devo ringraziare tutte le persone care, le amiche e gli amici di tutte le parrocchie della nostra collaborazione che ci fanno sentire parte di una cara e attenta famiglia: la loro attenzione con piccoli gesti veramente ci ha commosso. Grazie al loro aiuto abbiamo potuto in particolare:
• offrire un pasto giornaliero a un maggior numero di bambini che frequentano la scuola materna;
• sostenere lo studio di alcuni ragazzi volonterosi le cui famiglie, purtroppo, sono in grande difficoltà;
• donare al reparto maternità copertine per i nascituri, piccoli capolavori creati nel corso dell’anno con tanto amore per essere pronti per il giorno della partenza per la missione nel mese di febbraio;
• organizzare, come ogni anno a Casasola, una giornata di solidarietà con la celebrazione della S. Messa, il pranzo con la paella preparata dal volontario Giorgio, i dolci preparati per l’occasione.
Il nostro grazie in modo speciale ai sacerdoti presenti, in particolare a don Dario che ci ha sempre sostenuto e incoraggiato, don Felice e don Emmanuel che, con la loro partecipazione, ci hanno permesso di sentire ancor più viva la presenza del Signore tra noi, alla Pro Loco di Casasola che ci ha dato la disponibilità dei locali e ci ha offerto un grande contributo accollandosi una buona parte delle spese sostenute.
Inoltre, il nostro grande grazie va anche all’Associazione di San Martin che ogni anno ci aiuta con un importante contributo, frutto del ricavato degli eventi svolti nel corso dell’anno e realizzati con lo scopo di sostenere alcune realtà che necessitano di uno sguardo d’amore che poi si concretizza in una donazione importante.
Il Signore ricompensi tutti, doni a tutti di vedere con gli occhi del cuore il fratello che ci vive accanto per condividere con lui la vita con le sue sofferenze ma anche le gioie e le speranze.
Ed infine un augurio: il Signore doni a tutti la possibilità di vivere personalmente l’esperienza della missione che trasforma la vita e permette, al ritorno a casa, di comprendere quanto sia vuoto e immerso nella solitudine questo mondo frenetico dove non c’è spazio per pensare, ascoltare il proprio cuore e la propria anima, e dove queste esperienze vengono catalogate spesso come inutili perdite di tempo.
E da questa consapevolezza nasca nel cuore la gratitudine per il dono della vita, della salute, degli affetti, ma soprattutto per il dono della fede che apre il cuore alla gioia, alla condivisione, alla speranza.



