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Scritto da Redazione | Categoria: Cultura |  Pubblicato il 29/05/2026

L’attuale momento storico, definito da Papa Leone XIV come il «tempo dell’intelligenza artificiale», segna l’inizio di una quarta rivoluzione industriale che non tocca più solo il lavoro manuale, come accadde all’epoca della Rerum novarum di Leone XIII, ma l’essenza stessa dell’esperienza umana. Firmata significativamente il 15 maggio 2026, l'Enciclica Magnifica Humanitas interviene sulla "questione digitale" per denunciare il rischio che la tecnica, svincolata dall'etica, diventi uno strumento di dominazione e morte. Il cuore del documento pone l’umanità di fronte a un bivio simbolico: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l'umanità abitano insieme. Mentre Babele rappresenta l'idolatria del profitto, l'omologazione che annulla le differenze e la pretesa di tradurre il mistero della persona in soli dati e prestazioni, la via di Neemia, che ricostruì le mura di Gerusalemme, propone un modello di responsabilità condivisa dove ogni "tratto di muro" è affidato alla cooperazione tra scienziati, politici, famiglie e comunità.

In questa cornice, Leone XIV ribadisce che la dignità dell’essere umano è "infinita" e ontologica, non legata all'efficienza o alla produttività; essa è un dono che precede ogni capacità o ruolo sociale e che nessun potere umano può legittimamente negare. Il rischio attuale è rappresentato dal paradigma tecnocratico, che impone la logica delle macchine come unico metro di misura per l'uomo: quando un essere umano viene valutato solo come un algoritmo, ciò che non è quantificabile — come la coscienza, l'affettività e la capacità di relazione autentica — smette di esistere per i sistemi che organizzano la vita collettiva. Questa deriva antropologica si accompagna a una preoccupante concentrazione del potere digitale nelle mani di pochi attori privati transnazionali, dotati di risorse superiori a quelle di molti governi e non soggetti a meccanismi di responsabilità democratica. Si delinea così un nuovo "colonialismo digitale" che si appropria dei dati personali trasformando le vite in informazioni sfruttabili, alimentando un divario sempre più profondo tra chi è incluso nella rivoluzione tecnologica e chi ne rimane escluso.

L'illusione dell'immaterialità del digitale viene smontata dall'Enciclica attraverso la denuncia delle nuove schiavitù che sostengono l'economia algoritmica: dal lavoro silenzioso e sottopagato di milioni di persone nell'etichettatura dei dati allo sfruttamento brutale, spesso minorile, nell'estrazione delle terre rare necessarie per produrre i dispositivi hi-tech. Anche il mondo del lavoro è scosso da questa transizione; sebbene la tecnologia possa sollevare l'uomo da compiti gravosi, l'innovazione non può essere guidata solo dalla riduzione dei costi e dall'aumento dei profitti, pena una disoccupazione tecnologica che produrrebbe esclusione e povertà. Il lavoro deve restare la chiave della questione sociale, un bene fondamentale dove la persona mette in gioco la propria libertà e creatività.

Sul piano della vita democratica, l’IA agisce oggi come un moltiplicatore di disinformazione, confondendo i confini tra vero e falso e creando quelli che Hannah Arendt definiva "sudditi ideali", incapaci di distinguere tra fatto e finzione. La verità, invece, deve essere riscoperta come un bene comune essenziale per la democrazia, difesa da un'ecologia della comunicazione che contrasti l'odio e la manipolazione. Per questo è necessaria un'alleanza educativa che insegni alle nuove generazioni non solo come usare le tecnologie, ma anche quando "digiunare" da esse, promuovendo una "igiene dell'attenzione" fatta di silenzio, studio e pensiero critico per proteggere il desiderio umano dal fascino della "macchina perfetta".

L'appello più drammatico riguarda però la guerra, dove il Papa chiede di «disarmare l’intelligenza artificiale», sottraendola alla logica della competizione armata e proibendo l'uso di sistemi d'arma autonomi che affidano decisioni letali a processi automatizzati privi di coscienza. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile; la decisione sulla vita e sulla morte deve restare sotto un controllo umano effettivo e responsabile. In conclusione, la sfida lanciata da Leone XIV è quella di «far crescere la tecnica senza far regredire il cuore», abitando questo cambiamento d'epoca non come spettatori rassegnati, ma come costruttori di una civiltà dell’amore capace di custodire la magnificenza dell'umano nella sua splendida e feconda fragilità.

 

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