Scritto da Vito Fascina | Categoria: Cultura | Pubblicato il 13/01/2026
I due primi testi proposti per I giovani e la speranza hanno riguardato Gaza di Gianfranco Longo e La porta stretta del sogno di Carmine Natale. Ora proponiamo al colto ed esperto lettore de “La forbice”, alcuni esempi celebri, veri cantori della speranza. Al primo di essi, assoluto protagonista del 2026, San Francesco d’Assisi, si dedicheranno tre sguardi diversi, che potremo riassumere così: Chesterton e il santo innamorato e mistico; Cazzullo e il primo fra gl’italiani e Barbero con l’indagine faticosa, entusiasmante e, pur sempre selettiva, dello storico. Per chi scrive, leggere questi tre splendenti lavori, ha rappresentato un vero viaggio in questo alter Christus, in una vita che ci interroga e ci chiama a crescere, a riflettere, per chiarirci se arrivassimo a sentirci unici e irripetibili, o se determinassimo per noi di essere fotocopie o parti informi di una massa.
Gilbert Keith Chesterton è uno squarcio di luce, o l’improvviso ed esplosivo arrivo del mago Gandalf di tolkieniana memoria, o per chiudere una trilogia anglosassone di sguardi polifonici, il tratto umoristico e british di San Thomas More. Scrive tra il 1932 e l’anno successivo due testi che mettono accanto il Santo di Assisi e quello di Aquino. Lo specchiarsi l’uno nell’altro, ci mostrano il serafico ed uno dei più eccelsi cherubici. Lo scrittore-giornalista inglese rivela di aver avvertito il fulgore dei canti 11 e 12 del Paradiso dantesco. Ad un domenicano, proprio a Tommaso di Aquino, viene affidato lo scavo del giovane umbro e a un altro francescano, Bonaventura, il dono della Parola, dell’incontro col Cristo, Verbo e incarnazione del Padre, impersonato in San Domenico.
A queste due scuole, appartiene “il problema di San Francesco”, che Chesterton potrebbe ridurre a tre fondamentali percorsi, o misteriosi quesiti:
a. C’è una qualche coerenza in questa vita così polifonica e pluricolorata? Infatti perché “il poeta che lodava il Signor Sole spesso si nascondeva in una oscura caverna; … perché il Santo era così gentile con suo fratello Lupo, era così austero con suo fratello Asino -soprannome che dava al suo corpo-; e per qual ragione il trovatore che diceva l’amore fiamma del suo cuore si teneva lontano dalle donne e il cantore che si rallegrava della potenza e gaiezza deliberatamente si avvolgeva nella neve” ?;
b. La quaestio delle stimmate. “Rappresentare nel Monte della Verna un semplice collasso di San Francesco equivale a rappresentare nel Calvario un mero collasso di Cristo. […] Parlare delle Stimmate come di una specie di scandalo, esserne commosso teneramente, ma con sforzo, equivale esattamente a considerare le autentiche cinque piaghe di Cristo come cinque macchie del suo carattere”;
c. Il problema essenziale. Chi aveva letto la vita del santo umbro, trovò le Stimmate come una pietra d’inciampo, “perché per essi una religione fu una filosofia. Un uomo non si avvolgerà nella neve per l’affluire di tendenze per le quali tutte le cose compiono le leggi della loro esistenza. Non digiunerà in nome di un principio che si rivolge a conformità di vita alla legge divina. Fare cose come queste, o quasi a queste simili, sotto un impulso perfettamente diverso: quando è innamorato. […] Egli fu nelle estreme angosce ascetiche un Trovatore. Fu un innamorato. Un innamorato di Dio e un reale e sincero innamorato di uomini: vocazione mistica probabilmente molto più rara. Un innamorato di uomini è quasi l’opposto di un filantropo: in verità la pompa della parola greca reca in sé qualcosa di ironico. Un filantropo può dirsi un innamorato di antropoidi. E come S. Francesco non ama l’umanità, ma gli uomini, così non ama la Cristianità, ma Cristo. Dite pure, se così credete, che fu un lunatico innamorato di una persona immaginaria, ma di una <persona> non di un’idea”.
Il pungente critico, prendendo per mano il suo interlocutore, chiarisce questi 3 interrogativi di senso con un’affermazione veramente preziosa: “il lettore non può incominciare a darsi ragione di un racconto che gli appare molto bizzarro, finché non comprende che per il mistico la sua religione non fu una teoria, ma qualche cosa come una faccenda amorosa”.
Ecco dispiegarsi un libro, un pamphlet che chiude il suo disegno esplicativo con un’affermazione decisiva: Gesù e Francesco, suo alter Christus, si amarono, rivelandosi un po’ alla volta; si cercarono, ma spesso si persero, per quell’altezza di donazione che definiamo da secoli, come la follia della Croce e si esaltarono nell’umiliazione di una carne debole, e perciò umana; nell’essere l’uno il Crocifisso e l’altro, nel partire dal Crocifisso di San Damiano e, infine, nell’abbracciarsi col canto finale e vero della Resurrezione, quella di in cui si demolisce la morte, poiché una vita autentica la rende sorella: “Nei limiti in cui ho esperienza posso condurre altri; forse anche un poco più innanzi sulla stessa strada: ma solo poco più oltre. Nessuno conosce oggi meglio di me che quellaè una via sulla quale gli angeli tremerebbero porre il piede; e sebbene io sia certo di venir meno nel compito, non sono peraltro sopraffatto da timore, perché Egli sopportò i pazzi lietamente”
(tratto da La Forbice numero di febbraio 2026)



