Scritto da Massimiliano Sambugaro | Categoria: Cultura | Pubblicato il 25/03/2026
Questa è una storia unica e irripetibile: quella di un campetto pieno di sassi nella periferia italiana. Una storia da film, anzi meglio, una storia vera. Un legame Brasile-Italia raccontato dal Corriere della Sera, dalla Gazzetta, dal Guerin Sportivo e perfino in inglese, nel libro uscito a Londra nel 2019 di Gianluca Vialli, Goals.
Siamo nei primi anni ’80. Arriva in Italia, spinto dall’amico Sidney Colônia Cunha, meglio noto come Chinesinho, ex giocatore della Juventus.
È Djalma Santos, il “lateral eterno”, una leggenda vivente del Brasile di Pelé.
A fare cosa? Ad allenare sulla tecnica le giovanili di una squadretta veneta.
Tecnica? No: ginga.
Colpi di tacco, controlli volanti, rovesciate, tiri d’esterno, finte che sembrano passi di danza.
La gingaè l’essenza dello stile brasiliano: un movimento ondeggiante del corpo, derivato dalla capoeira, che unisce dribbling creativi, finte e agilità, trasformando il gioco in una danza. Rappresenta un approccio istintivo, gioioso e imprevedibile, nato dalla strada e diventato simbolo culturale di libertà espressiva, spesso associato alla leggendaria nazionale brasiliana di Pelé.
Una filosofia fatta di puro divertimento e spettacolo, che si distingueva anche per non esasperare l’agonismo, focalizzandosi sulla crescita serena dei ragazzi anziché sulla vittoria a tutti i costi.
Un’idea incentrata sui fondamentali tecnici e sui valori sportivi, senza pressioni eccessive: una base da cui partire per costruire giocatori pensanti e liberi.
Oggi i “politici” del calcio italiano dicono: “Basta tattica, puntiamo sulla tecnica”. Facile dirlo adesso. Sembra più uno slogan per avere buona stampa che una reale volontà di cambiare rotta. L’ennesima conferma che, più che puntare sulla qualità, spesso si pensa a mantenere la propria posizione, anche a costo di contraddire il passato.

Serve umiltà. Serve imparare dai migliori, da chi punta su un’idea positiva del gioco: abilità, velocità, coraggio della tecnica. E qui sta il punto: partire dalle giovanili, la vera chiave del successo futuro.
Sono anni che parlo di amore per la tecnica, perché ho avuto la fortuna di vederla e respirarla da quel signore.
Quel biondino che esegue un tacco in puro stile ginga sono io, a 13 anni. Sullo sfondo, il maestro: un uomo buono, con gli occhi neri e rossi, che aveva un’unica “tattica”. Arrivava al campo un’ora prima per togliere, con un secchiello, i sassi più grossi dal campetto. E, in un italiano misto al dialetto veneto, ci correggeva — soprattutto mostrando in prima persona i gesti tecnici — riuscendo a toccare la nostra anima per sempre.



