Scritto da Vito Fascina | Categoria: Cultura | Pubblicato il 06/10/2025
“Otto è il numero dell’incredulità: il numero del tradimento peggiore: quello di non credere perché non si vede: Se infatti la fede è la radice della fedeltà. la fedeltà la misuriamo nel momento della lontananza, dell’assenza dell’altro. Devono passare otto giorni prima che Tommaso possa esclamare davanti a Gesù risorto: “<<Mio Signore e mio Dio!>>. Una constatazione più che un atto di fede. Prima deve guardare le mani del Maestro ferite dai chiodi, mettere la mano sul costato trafitto. Che tristezza! Tommaso sembra un antiquario che esamina i tarli e verifica l’autenticità di un mobile, un allevatore che al mercato del bestiame controlla i denti del cavallo prima di concludere l’affare”. Così Enzo Romano, giornalista di RAI 2, inizia la sua riflessione sul valore del numero 8, nel suo libro sulle tabelline di Dio (1).
Sì, dal 21 aprile scorso, ottavo giorno o primo dopo Pasqua, data del Transito al Cielo di papa Francesco e poi con l’elezione successiva di Leone XIII, 8 maggio … quante domande, dubbi, perplessità si sono affollate nelle menti di milioni di persone: “ E ora ? Che cosa ha in mente Dio per la sua Chiesa, per ogni uomo che calpesti la terra, attraversi i mari e voli nei cieli ?”. L’attesa ha avuto un tempo molto breve di aspettativa, perché, ancora una volta meravigliati e basiti, siamo stati travolti dal vento leggero e inafferrabile dello Spirito Santo: Robert Francis Prevost, il cardinale statunitense e missionario in Perù, amico dei poveri, dotto esegeta di Agostino, con la sua peculiare personalità, è diventato il 267° pontefice della Chiesa cattolica e il vescovo di Roma.
Ora il lettore, che sta percorrendo sentieri vari e con lettura di bei libri, aiuterà la sua mente a porsi quesiti e interrogativi di senso e si chiederà, su che cosa sia realmente accaduto in questi mesi, in cui anche i media hanno manifestato perplessità e stupore di fronte al nuovo che si stava manifestando.
Cercheremo di aiutarci a comprendere i primi boccioli di speranza che il nuovo Papa ha già mostrato, raccogliendo l’eredità dei suoi grandi predecessori, lasciandoci guidare da due bellissimi testi, in cui la Parola di Dio e quella dell’uomo sì inseguono, s’intrecciano, si richiamano e si confrontano, specchiandosi.
Sono due lavori solidi e profondi del card. Gianfranco Ravasi, uno dei massimi biblisti viventi e studioso a 360° gradi delle civiltà ebraico-cristiana e greco-latina, a confronto.
L’alfabeto di Dio e L’alfabeto dell’uomo, usciti nel 2023 e 2025, rappresentano un’occasione unica per cercare di penetrare il ruolo decisivo e delicato, che la Parola, se ben ascoltata, compresa e meditata, può generare nelle scelte quotidiane della singole persona e dei luoghi educativi dove s’incarna la nostra tribolata, e pur sempre gioiosa, esistenza (2).
Il primo vocabolo è Shamaʽ: ascoltare, obbedire. Lo shemaʽè la professione di fede quotidianamente presente sulla bocca di un’israelita fedele edè basato su un testo biblico che risuona così: <<Ascolta, Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai Il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze>>.
Questo verbo, ci ricorda Ravasi è presente nell’Antico Testamento ben 1159 volte e “punteggia soprattutto gli appelli all’osservanza dei precetti della legge divina ed è, perciò, sinonimo anche di <<obbedire>>. Si tratta, infatti, non di un mero sentire esteriore ma di un’adesione intima e operosa; è l’esaltazione di un orecchio libero dal rumore e dalle chiacchiere che ostruiscono l’attenzione alla vera parola”.
È Mosè, nell’alleanza fra Dio e il suo popolo, a spiegare il valore di questo sodalizio forte e veritiero. La Bibbia offre quindi, anche all’uomo contemporaneo, così confuso dal bombardamento mediatico, “una religione dell’ascolto che ha come meta la visione, cioè l’incontro con Dio, in un abbraccio d’amore”. Gesù viene compreso meglio, quando pronunzia quella beatitudine nel suo discorso fatto di parabole: “Beati i vostri orecchi perché ascoltano!” Mt.13, 16. Isaia, grande profeta d’Israele, nel cap.52, 7, aveva collegato i piedi belli del messaggero che fa ascoltare la pace (shamaʽ), con quelli dell’ annunciatore della buona novella che fa ascoltare (shamaʽ) la salvezza.
Dunque il lemma citato pone un nesso profondo fra parlante e ascoltatore, fra ascolto e itinerario/programma di vita e tra pace, dono di Dio, e salvezza consequenziale per donne e uomini autentici figli del Padre.
Il secondo termine è shalôm, un’espressione che viene usata sia nell’ebraico moderno, sia in arabo (salam). Nell’AT risuona 237 volte; proprio il Talmud, testo cardine della tradizione giudaica, ci spiega che <<la pace è per il mondo quello che è il lievito per la pasta>>. Ha però un valore polivalente, come il poliedro, figura geometrica spesso richiamata da papa Francesco. Il biblista milanese ricorda: “Il vocabolo nella sua radice suppone qualcosa di <<compiuto, perfetto>> e, allora la pace biblica comprende non solo l’assenza della guerra ma anche benessere, prosperità, giustizia, gioia, pienezza di vita”.
Diventa più palese il compito che si è assunto Leone XIV, quando l’8 maggio si è presentato il giorno dell’elezione; si tratta di un compito arduo, ma che nasce dalla volontà del Padre, dalla Vita redentiva del Figlio e dall’azione pluriforme dello Spirito Santo: “La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. Ancora conserviamo nei nostri orecchi quella voce debole ma sempre coraggiosa di Papa Francesco che benediceva Roma, il Papa che benediceva Roma, dava la sua benedizione al mondo, al mondo intero, quella mattina del giorno di Pasqua. Consentitemi di dare seguito a quella stessa benedizione: Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà! Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi andiamo avanti! Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di Lui come del ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace. Grazie a Papa Francesco!”.
Lo shalôm è dunque il tocco esclusivo di Dio, che si sceglie un luogo simbolo, Gerusalemme, come città della pace ( ‘ir shalôm), perché lì terra e cielo si uniscano in un cantico armonioso d’amore e prefigura per noi che lupo ed agnello, leone e bue, bambino e vipera, ostili e contrastivi si rappacificheranno, lasciando ad Isaia questa felice immagine. Sarà proprio la nuova Gerusalemme ad ospitare tutte le nazioni della terra, pronte a trasformare spade in vomeri e lance in falci.
Mentre scorrono le immagini ferali di Gaza e Kiev, i gemiti del Sudan o del Congo, questo desiderio/movimento di Dio appare ancora più da cercare nei nostri cuori, nelle relazioni creative e generative di vita, che devono ispirare il nostro agire quotidiano.
La terza parola è raḥamîm, viscere di misericordia. Sostantivo plurale, è usato nell’AT 39 volte. Vengono così designate le viscere generative, ma poi si passa ad un significato emozionale, destinato a esaltare la tenera misericordia del Signore.
Non è propriamente qualità umana, ma è una specificità divina. Fa da specchio il Corano, dove i 114 capitoli o sure iniziano “con due aggettivi arabi modulati sulla stessa base linguistica di raḥamîm: <<Nel nome di Dio misericorde misericordioso (bismillah al-rahman al rahim)>>”.
Giacobbe e Giuseppe in Gen.43, 14 e 43,30 mostrano, tuttavia, come i patriarchi siano in sequela del misericordioso per vivere la loro relazione paternale e filiale fra uomini. Sarà a Mosè, nel libro dell’Esodo (34,6) che “Dio proclamerà quella che è stata definita come <<la carta d’identità>> divina che inizia proprio così: <<Il Signore, il Signore Dio misericordioso (rhm) e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà>>”.
Non tralasciamo che nel NT, il verbo greco splanchnízesthai, 12 volte rinvenuto, significhi avere viscere di tenerezza misericordiosa e come il maestro nazareno lo esemplifichi col buon samaritano e il padre del figliol prodigo: ennesimo ponte fra il Padre e il Figlio, con l’azione ripiena di amore dello Spirito Santo.
L’ultima proposta e invito alla lettura del primo testo è barak = benedire. Nella Bibbia osserviamo soprattutto due tipi di benedizione. La prima è la “costitutiva”. Infatti discende da Dio e “costituisce” una persona o un popolo nella sua vocazione e missione. Ad Abramo, per esempio, il Signore dirà: “Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò coloro che ti malediranno e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”, Gen. 12,2-3 dove ritroviamo per 5 volte il termine barak, da cui siamo partiti. Vi è allo stesso tempo un altro tipo di benedizione, detta “dichiarativa”: parte dal fedele che “dichiara” la sua fede e la sua lode a Dio. Nel Salterio ascoltiamo: “Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me, benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia …”Salmo 103. Manzoni metterà queste benedizioni nella bocca di padre Fedele, che rincuora gli appestati nel lazzaretto, mentre giunge, in questo luogo così doloroso, il viandante-cercatore Renzo Tramaglino.
Il lettore de “La forbice” ritroverà queste 4 proposte etimologiche e valoriali del mondo ebraico/ cristiano nel volume sull’alfabeto di Dio. L’uomo che cosa ha da dirci ? Vediamo come introduce questo secondo itinerario, L’alfabeto dell’uomo, il presule lombardo: “Non dobbiamo dimenticare che già Cristo conosceva che <<larga è la porta e spaziosa è la via che conduce alla perdizione e molti sono quelli che vi entrano; stretta è, invece, la porta e angusta la via che conduce alla vita e quanto pochi sono coloro che la imboccano”, Mt. 7, 13-14.
Così si era espresso, sette secoli prima, anche il poeta greco Esiodo: “Facile e agevole è scegliere il male, una via piana e vicina, mentre lunga e difficile è la strada della virtù e aspra fin dall’inizio e per percorrerla, gli dei hanno imposto all’uomo sudore”.
Ed ecco il progetto del grande biblista, proponendo due vie, una orizzontale, fragile e peccaminosa; un’altra verticale, tipica della scalata: “Inizieremo con quella più larga, comoda, pianeggiante, e talora in discesa, tipica del vizio senza controlli morale. Successivamente cambieremo direzione e ci attrezzeremo per affrontare una sorte di scalata verso l’altura. Sarà la via della virtù: forse, come diceva il poeta greco Esiodo, si suderà ma – e sono ancora le sue parole - <<quando si raggiunge la vetta, diventa agevole ciò che prima era arduo>>. (3).
Quattro parole meritano un approfondimento rapido e ardito sull’alfabeto dell’uomo: superbia, avarizia, … speranza e carità.
La prima. “<<Dovunque egli arrivi, il superbo si mette a sedere e tira fuori dalla valigia la sua superiorità>>. Così, con la sua penna pungente, Elias Canetti, scrittore ebreo bulgaro-tedesco, Nobel 1981, tracciava un profilo ironico della persona arrogante e orgogliosa”.
I tratti, o lineamenti della superbia sono molteplici, perché si può spingere a camuffarsi nel suo antipodo, l’umiltà. Sì, esiste <<l’umiltà pelosa>>; costei cela sotto un manto virgineo una segreta altezzosità rispetto agli altri considerati inferiori nella virtù. La vera umiltà, scrive mons. Ravasi “è, invece, quella qualità che, quando la si ha, si crede di non averla. Inoltre, non bisogna mai dimenticare che spesso <<Dio non potendo fare di noi degli umili, fa di noi degli umiliati>>, come osservava un altro scrittore francese del secolo scorso, Julien Green”.
Ella appare, molte volte, insieme alla sorella maldestra chiamata invidia, perché l’orgoglioso non si ferma al fatto che esistano persone che gli siano superiori, ma giunge a scatenare contro di loro il suo odio, spesso nutrito di maldicenza e calunnia.
Terminiamo questo rapido excursus sul primo lemma alfabetico umano, con le parole di Isaia, al cap. 14. Il re di Babilonia, che voleva dominare il mondo, imponendo un’unica lingua e sfidando Dio, con la sua torre-tempio (ziqqurat), dichiarava così il suo programma: “Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il mio trono … Salirò sulle regioni che sovrastano le nubi, mi farò uguale all’Altissimo”, vv. 13 e 14; ecco, però, l’irruzione del vero Signore della storia, giudice della superbia: “E, invece, sei stato precipitato negli inferi, scaraventato nella profondità degli abissi! (14,15).
L’avarizia è sintetizzabile in quel personaggio, Mazzarò, che descrisse stupendamente Giovanni Verga, nel 1883, con la novella La roba. Accumulando dal nulla quell’immenso matrimonio di terre, cose, animali, possedimenti materiali, grazie ad una sfrenata avidità, che egli esemplificò nella spese del funerale della madre, costatogli solo 12 tarì: cifra veramente modesta. È il Qohelet biblico a spiegarci che è un vizio insaziabile: “Chi ama il denaro, mai si sazia di denaro”, (5,9). Nasce una profonda illusione, che ne è alla base, di colmare il nostro incessante desiderio d’infinito attraverso realtà finite, le cose, con vanità accumulate e moltiplicate, con la speranza frustrata di bloccare la morte. Dickens e Dante, con il vecchio avido Scrooge e la lupa del canto I dell’inferno, ci hanno splendidamente rappresentato l’idiozia dell’uomo ignorante e, perciò, avaro.
Speranza e carità, le due virtù teologali, che chiudono questa presentazione dei due libri del card. Ravasi, hanno una forte relazione fra loro. Tutto scomparirà nella vita eterna, per trasformarsi in un effluvio di luce, bellezza e nel disvelamento del Volto, quello trinitario di Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito santo. Ora ci tocca, per i virgulti di paradiso, o per i bagliori dell’Amore preveniente, affidarci a quella che appare la virtù piccina e la via più ardua da intraprendere, come l’ha definita il poeta francese, Charles Peguy: la speranza. In questo anno giubilare, nel passaggio fra Francesco e Leone XIV, ecco, in conclusione, come viene descritta: “Lo stesso poeta, però, era consapevole che tante volte ci vuole l’ostinazione di una bambina per procedere, essendo forte la tentazione di sostare ai bordi di quella via: <<E’ sperare la cosa difficile, a voce bassa e vergognosamente. La cosa facile è disperare, ed è la grande tentazione>>”. Buona e ardita lettura.
Note esemplificative
1. Enzo Romeo, Le tabelline di Dio. Piccole nozioni di matematica evangelica, Ancora, Milano 2020, pag. 61
2. Gianfranco Ravasi, L’alfabeto di Dio, San Paolo, Ciniselllo Balsamo (Mi) 2023 e idem, L’alfabeto dell’uomo, San Paolo, Ciniselllo Balsamo (Mi) 2025.
3. Il lettore noterà che i termini ebraici scelti dallo scrivente, non seguono un ordine alfabetico, ma rispettano un profilo che intenda invogliare ad accostarsi ad ebraico e greco, che sono pane quotidiano per un autorevole biblista come il card. Ravasi e ad aprire processi di discernimento e curiosità in chi si avventuri.



