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Scritto da Marianna Bandinu | Categoria: Bibbia |  Pubblicato il 13/03/2026

“Signore… so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso”

[(Giona 4,2]

Tra le pagine più sorprendenti della Scrittura, il libro di Giona brilla come una miniatura teologica, breve nel testo, immenso nell’orizzonte spirituale. Proclamato nella liturgia della prima settimana di Quaresima, esso invita il credente a confrontarsi con uno dei temi più radicali della Bibbia: la misericordia di Dio e la libertà con cui Egli opera nella storia. Non è tanto la città di Ninive a dominare il racconto, né la fuga del profeta, quanto la tensione tra la giustizia umana e la compassione divina,tra ciò che l’uomo ritiene giusto e ciò che Dio ritiene salvifico.

Ninive appare come la città dell’oppressione, simbolo del potere violento che ha ferito Israele. L’annuncio di Giona è quasi lapidario: «Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta» (Gn 3,4). Eppure Dio non la condanna senza possibilità di salvezza. Il messaggio severo si rivela così un invito al pentimento, e Ninive risponde con una conversione corale e sorprendentemente rapida, che coinvolge re, popolo e persino gli animali, attestando che nessuna storia, neppure quella segnata dalla violenza, è definitivamente sottratta alla misericordia di Dio.

Il cuore del racconto è la reazione di Giona. Il profeta non riesce ad accettare che Dio perdoni il nemico. Israele, popolo ferito e scelto, fatica a riconoscere che la grazia non è esclusiva. La misericordia divina sfida ogni logica di possesso o rivalsa, diventando uno scandalo per chi crede di poter misurare Dio secondo criteri umani. Giona lo esprime con parole di straordinaria intensità: «So che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e di grande amore» (Gn 4,2). Egli conosce Dio, ma non riesce ad accettare la libertà del suo amore.

Il libro tocca poi un tema sorprendente: il “pentimento” di Dio. Davanti alla conversione della città: «Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece» (Gn 3,10). Non è segno di indecisione, ma di fedeltà alla vita. E’ l’irrompere del rahamim, quella compassione viscerale e materna che spinge Dio a preferire il perdono alla condanna, lasciandosi toccare dal mutamento dell’uomo.

La scena finale concentra il messaggio del libro. Giona prova compassione per una pianta effimera, cresciuta e morta in una notte, mentre fatica ad avere compassione per una grande città popolata da uomini e donne fragili, incapaci di distinguere il bene dal male. Dio non chiude con una sentenza, ma pone una domanda che illumina il senso di tutto il racconto: «E io non dovrei avere pietà di Ninive?» (Gn 4,11). È la pedagogia discreta di Dio che non impone ma interroga, non schiaccia ma apre lo sguardo dell’uomo alla vastità della misericordia.

 Il silenzio conclusivo di Giona è eloquente. Il testo non dice se il profeta abbia compreso, perché la risposta è affidata al lettore. Il libro di Giona resta così una parabola aperta, che interroga ogni credente: siamo capaci di lasciare Dio libero di amare al di là delle nostre ferite, dei nostri confini e dei nostri giudizi, e a riconoscere la Sua misericordia anche dove non ce l’aspettiamo?

 

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