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Scritto da Marianna Bandinu | Categoria: Bibbia |  Pubblicato il 20/12/2025

«Vi ho amati» (Mal. 1,2)


In questo nostro viaggio tra i profeti, incontriamo ora una figura discreta ma affilata. Ci sono profeti che incendiano i cuori, altri che li scandagliano. Alcuni irrompono come il fuoco, altri si insinuano come il crepuscolo. Malachia appartiene a questa seconda categoria. Ultimo tra i profeti del Primo Testamento, non apre cammini nel deserto, ma interroga il cuore nella penombra. Non ha visioni, né sogni, né miracoli. Solo sei dialoghi tesi tra Dio e il suo popolo, sei domande che tagliano la pelle dell’anima.


Il tempo è quello del ritorno dall’esilio. Il Tempio è stato ricostruito, ma il fervore si è spento. Il popolo vive nella terra promessa, ma sembra aver smarrito la promessa stessa. Dio parla, ma il popolo risponde con diffidenza e stanchezza. La relazione tra il Creatore e la creatura è incrinata. E proprio lì, Malachia si fa voce, voce nel crepuscolo. 
L’incipit del libro ha il timbro sobrio dell’eternità e la forza disarmante dell’amore: «Vi ho amati» (Mal. 1,2) dice il Signore, e subito echeggia la voce ferita del popolo: «Come ci hai amati?». È la fatica di chi non sente più il calore dell’amore divino, come se l’Alleanza fosse un ricordo lontano, incapace di nutrire il presente.
Ora Dio si rivolge ai sacerdoti, custodi del culto: «Voi che disprezzate il mio nome». Ma essi replicano: «Come lo abbiamo disprezzato?» (Mal. 1,6). È la denuncia di un culto svuotato. I riti si compiono, ma l’anima è assente. Le offerte sono diventate gesto meccanico, senza ardore né verità. L’altare è diventato luogo di consuetudine, non di incontro. Dio chiede non sacrifici imperfetti, ma cuori ardenti.
La terza disputa tocca le relazioni umane. Non solo la liturgia, ma la vita stessa è messa in discussione: «Non abbiamo forse tutti noi un solo Padre?» (Mal. 2,10). Eppure l’uomo ripudia la donna della giovinezza, spezza il patto sacro dell’amore, profana ciò che è sacro nella fragilità delle relazioni. L’alleanza con Dio si riflette nell’alleanza tra gli uomini: non si può tradire l’una senza tradire l’altra. 
Il popolo stanco e disilluso, ora accusa Dio di indifferenza: «Dov’è il Dio della giustizia?» (Mal. 2,17). È l’eco antico dei Salmi, l’angoscia struggente di Giobbe: i malvagi prosperano, i giusti soffrono. Il silenzio divino pesa come un’assenza ingiusta. Ma Dio risponde con un annuncio: «Ecco, io mando il mio messaggero» (Mal. 3,1). È il Mal’akh, il messaggero dell’Alleanza che purificherà come fuoco del fonditore. La giustizia non è assente, è in cammino, lenta nei suoi passi ma inesorabile nel suo compimento.
Il quinto dialogo tocca la responsabilità concreta della fede. «Voi mi derubate» dice Dio, «in che cosa?» (Mal. 3,8) replica il popolo. Il riferimento è alla mancanza di decime e offerte, ma dietro l’economia c’è una teologia: la fede vissuta come calcolo, non come dono. Dio, sorprendentemente, non minaccia ma sfida: «Mettetemi alla prova… aprirò le cateratte del cielo» (Mal. 3,10). E’ uno dei rari momenti in cui Dio invita a verificare la sua fedeltà: la benedizione non è un miraggio, ma una promessa che chiede fiducia operosa.
Il dialogo finale è il più amaro. Il popolo osserva che i malvagi prosperano, mentre i pii sembrano soffrire. La fede è ridotta a bilancio: «Che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti?» (Mal. 3,13). Ma Dio risponde facendo scrivere un libro di memorie: i giusti saranno il suo tesoro, la luce nel giorno del giudizio, il segreto che nessuno potrà mai cancellare. Per chi teme Dio: sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia» (Mal. 3,20). Immagine luminosa che chiude il libro e l’intero corpus profetico, con un’apertura verso l’aurora della giustizia divina.
Malachia è il profeta della soglia. Non urla come Amos, non piange come Geremia. Ma interroga con sobrietà tagliente la nostra stanchezza religiosa. E’ la voce di Dio che non si arrende di fronte all’abitudine, ma che continua a dialogare anche quando il popolo non ascolta più. E’ il fuoco sotto la cenere, che prepara la venuta del sole della giustizia. Sei dialoghi, sei ferite, una sola voce: quella di un Dio che non smette di chiamare, di attendere, di amare. Perché un Dio che dialoga è un Dio che Ama!

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